TARANTO - A sinistra una delle masserie più belle della Puglia, costruita dai Gesuiti nel ‘500 ed estesa in un’area di circa 300 ettari con una chiesetta, splendidi campi e frutteti. A destra una enorme discarica di rifiuti speciali e pericolosi (pare addirittura radioattivi), estesa per tre ettari e profonda ben 10 metri, per la quale ora il commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi, proprio mentre il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza chiede alla Procura l’autorizzazione a scavare per comprendere l’entità del danno ambientale, prende le distanze, presentando egli stesso una denuncia.
Bondi, come la Gazzetta è in grado di rivelare, lo scorso 8 novembre ha scritto al ministero dell’Ambiente, all’Ispra, all’Arpa e alla Procura della repubblica per segnalare l’incredibile caso che dimostra ancora una volta, perfino al di là delle specifiche contestazioni di reato formulate nei giorni scorsi a proprietari e dirigenti dello stabilimento siderurgico, che la gestione dei rifiuti dell’acciaieria più grande d’Europa richieda la massima attenzione da parte di tutte le autorità competenti.
Il commissario straordinario, nominato dal governo Letta il 4 giugno scorso dopo le accertate violazioni dell’Autorizzazione integrata ambientale, segnala la «contaminazione riscontrata in alcuni campioni di suolo relativi a un’area definita durante le attività di approfondimento analitico sviluppate per l’analisi di rischio sito-specifica, è stata rilevata la presenza di rifiuti per una profondità di circa 10 metri e l’estensione di circa 3 ettari, in un’area incolta con presenza di numerosi alberi, posta al confine nord delle aree di proprietà, prossima alla gravina Leucaspide nel territorio del Comune di Statte».
Fatta la segnalazione, Bondi si tira fuori da ogni e qualsiasi responsabilità, e con lui anche tutta la famiglia Riva, scrivendo che «tale area, mai utilizzata da Ilva spa dal subentro alla gestione Iri (colosso di Stato poi smantellato) nel 1995, risulta invece essere stata esclusivamente dell’Iri dal 1970». Il commissario straordinario fa riferimento, in particolare, alla clausola di garanzia ambientale contenuta nel contratto con il quale la famiglia Riva acquisì l’Ilva dall’Iri, aggiungendo di aver scritto a Fintecnica, società che ha ereditato gli oneri del’Iri, sollecitando l’intervento di tale società riguardo la responsabilità della realizzazione e dei costi della bonifica.
«Ilva - conclude la lettera-esposto di Bondi - ha provveduto ad avviare gli opportuni accertamenti, dei quali si darà adeguata informazione, per verificare che non siano in corso pericoli di inquinamento della falda derivanti da questi rifiuti interrati e ad attivare le eventuali misure urgenti di prevenzione, informando sia gli enti di controllo che la competente Procura di Taranto».
Trecentomila metri cubi di rifiuti, insomma, sarebbero da anni e anni smaltiti in maniera incontrollata e illegale, con scavi profondi 10 metri nell’area di proprietà dell’Ilva ma ricadente in pieno parco delle Gravine, come più volte denunciato peraltro dai proprietari della masseria Leucaspide, ubicata in territorio sottoposto a vincolo ambientale ma per oltre un chilometro confinante con l’Ilva.
Il 17 agosto del 2012 fu l’avvocato Claudio Petrone per conto dei proprietari della masseria Leucaspide, a inviare un telegramma ai ministri Clini e Passera, nel giorno della loro partecipazione ad un vertice in prefettura a Taranto, per constatare di persona quello che viene definito una «grave e irreversibile distruzione del patrimonio storico, ambientale, agricolo, floristico e faunistico».
Crocevia di storie, epoche e leggende, la masseria Leucaspide che si scorge tra la foltissima vegetazione, ora è seriamente e ufficialmente minacciata dalle colline di rifiuti industriali nate attorno e da un sottosuolo così contaminato da far impallidire perfino le dichiarazioni del pentito di Camorra Carmine Schiavone che pure hanno mosso le Procure di tutto il Sud. lagazzettadelmezzogiorno

Nessun commento:
Posta un commento